Peggy Guggenheim Collection

Ho sempre avuto in testa il nome di Peggy Guggenheim. Qualcuno deve avermi instillato la curiosità per questa donna, anche se ne sapevo davvero poco. Forse è stato il mio professore di Storia dell’Arte delle superiori che parlava, parlava sempre. Metteva i voti in base ai biglietti delle mostre o dei musei che gli portavamo. Ma cosa ci potevamo capire noi, bischeri com’eravamo? Eravamo abituati a studiare la matematica e la fisica, non avevamo tempo per appassionarci alle mostre.

Poi un giorno un nome mi ha ricordato qualcosa: Pollock. Qualcuno doveva avermi già parlato di lui. E’ stato sicuramente il mio professore. La prima scintilla di curiosità mi ha portata alla mostra organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi la primavera-estate scorsi.

Dopo ciò, non potevo che continuare il mio percorso e mi son recata al cuore della questione: al Peggy Guggenheim Collection di Venezia per visitare la collezione permanente.

Andare a Venezia è sempre una cosa troppo meravigliosa, amo questa città e i tramezzini storici del bar la Toletta.

Entrare nella casa di Peggy però, era una cosa nuova anche per me. Mi preparo con gli orari delle presentazioni che ci sono durante la giornata e prendo il treno.

La visita inizia dal cortile: a destra c’è la casa, con la collezione permanente, a sinistra le mostre temporanee. In fondo al giardino inizia già la visita: ci aspettano le ceneri di Peggy insieme ai suoi cani, sotto l’Albero dei Desideri di Yoko Ono.

Palazzo Vernier è stato comprato da Peggy nel ’49 e alla sua morte ne ha lasciato la gestione alla Fondazione R. Guggenheim dello zio, a patto che rimanesse aperto al pubblico.

All’ingresso è Alexander Calder ad accoglierci, con un’installazione che riempie tutta la prima stanza. Rimarrei qui incantata a fissare i moti casuali di questi dischetti colorati e lucenti del suo “mobile”, ma abbiamo appena iniziato!

Tra le stanze non troviamo solo opere su Cubismo, Futurismo, Astrattismo Europeo, Surrealismo ed Espressionismo Astratto: la galleria è fatta di storie, di racconti affascinanti che attraverso le immagini si espongono ed emozionano.

Troviamo i colori di Kandisky, le linee di Mondrian, le figure di Picasso, l’inquietudine di Dalì, la luce di Magritte e la comicità di Mirò. Solo per elencarne qualcuna!

Uno dei motivi per cui ammiro di più Peggy Guggenheim è l’aver sostenuto l’avanguardia europea. Mecenate sì, ma che splendore possiamo ammirare grazie al suo lavoro! E non solo quel che vediamo qui, ma anche altre opere degli artisti che lei ha contribuito a far diventare tali.

Era molto amica di Samuel Beckett, di Duchamp che le insegnò la “differenza tra arte astratta e surrealista”, di Mondrian che le ha consigliato di tener sott’occhio Jackson Pollock, le cui opere infatti arredano i muri di queste stanze.

Cresciuto dal fratello dopo che il padre se n’è andato, il giovane Pollock aveva studiato arte ma si è sfogato nell’alcool fin da giovane e solo una volta stipendiato da Peggy ha potuto finalmente trovare la serenità di sviluppare il suo genio. Quando dipingeva, si immergeva totalmente nel suo studio: faceva lui stesso parte della sua tela e fu il primo ad adagiarla a terra. Il successo arrivato dopo la sua prima mostra personale nel ’43 alla Art of this Century fu però il suo male, perché non sapendolo gestire ricercò nuovamente sollievo nella bottiglia.

Kandinsky invece è astratto e molto naif: per capire le sue opere basta semplicemente aprire gli occhi e la mente. Esprimeva le emozioni con i colori con le associazioni che farebbe un bambino, senza troppe filosofie. Ma non è questa stessa una filosofia?

Al contrario Giorgio De Chirico ricerca una realtà metafisica. Ogni oggetto viene messo al posto di qualcos’altro. “La torre rossa” rappresenta una piazza calma, ma esprime angoscia. Ci aspettiamo che dai portici, improvvisamente compaia qualcuno o qualcosa. E quella luce marziana, molto SURREALISTA… ripresa insieme alla prospettiva rinascimentale da Dalì.

Gino Severini fonde cubismo, futurismo e neoimpressionismo in “Mare=ballerina” dove lui stesso non riesce a racchiudere la forza del mare che infatti lambisce la cornice con i suoi colori, cercando di uscire e prendere spazio con la sua forza.

Pablo Picasso voleva rappresentare il senso del tempo e per questo elimina tutte le regole: nel “Busto di uomo” il soggetto è ripreso di lato ma anche di fronte, contemporaneamente. Dopo aver portato allo stremo la frammentazione dell’immagine, lui e Braque sperimentano il collage. In “Pipa, bicchiere, bottiglia di Vieux Marc” la chitarra è su una carta incollata, che è sia la chitarra, che lo spazio intorno.

Anche Magritte gioca con i paradossi e con il senso del tempo: “L’impero della luce” raffigura la notte e il giorno insieme in un risultato apparentemente naturale.

Tanguy invece ci porta in altri pianeti, con luci chiare, terreni azzurrini… e io volevo rimanere lì, tra le figure de “Il sole nel suo portagioie”.

Tra le stanze di questa casa è raccontata anche la storia dell’amore tormentato, intenso, doloroso tra Peggy e Max Ernst. Il loro matrimonio dura un paio d’anni, lui si fa aiutare a scappare dall’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e nel frattempo frequenta la sua amante Leonora Carrington. Le opere di Ernst nella collezione sono molteplici e ovunque si può notare una certa angoscia e ostilità verso la natura (“Giardino acchiappa aeroplani”), l’ossessione per gli uccelli di lui (“Coppia zoomorfica”) e per i cavalli di Leonora ne “L’Antipapa”. Proprio quest’opera e “La vestizione della sposa” trasmettono tutta la crudezza data dalla rappresentazione veristica ma con mostruosità nelle forme e nei colori scuri… proprio Ernst è uno dei migliori celebratori della sessualità disinibita che possiamo trovare tra queste stanze. E sempre lui è il precursore del dripping, la tecnica di gocciolamento del colore che ha reso famoso Jackson Pollock.

Altro esponente shockante (oltre che “orripilante”, come lo chiamava la stessa Peggy) è Dalì: basta una sola opera per ricordarci il suo nome. Abbandoniamo il crudo del rosso, marrone e verde scuro per passare al giallo, all’azzurro e il verdino. La luce marziana ci fa accogliere le sue opere piacevolmente agli occhi, ma “La nascita dei desideri liquidi” ha in sé la componente della profanazione, della violenza, del rapporto burrascoso con il padre, della sfida del dio.

Il giro tra le stanze sembra finito, l’esperienza è intensa e io come al solito mi lascio trasportare da ciò che mi piace. E’ per questo che l’arte esiste, no? Decidiamo quindi di prendere un po’ d’aria e uscire sulla terrazza che dà sul Canal Grande, l’ingresso più bello. Qui ci accoglie Marino Marini con uno dei suoi cavalieri, “L’angelo della città”. Non è bello, non è muscoloso né alto, il cavallino è anche un po’ buffo. Esprime però tutta la forza, la tenacia che un uomo possa esprimere insieme ad un grande senso di libertà e… onestà. Siete curiosi di capire di cosa sto parlando? Andate a vedere!

Queste di cui avete letto sono solo alcune delle esperienze che si possono fare nella Galleria Guggenheim, la prossima volta in cui ci andrò mi colpiranno sicuramente altre cose e… preparatevi a leggerne ancora.

Il contatto con le opere è il modo più bello e immediato d’imparare.

Questo post non ha la presunzione di essere un commento d’arte, ma il semplice racconto di una persona che visita mostre, musei e gallerie d’arte per puro piacere e passione.

Ringrazio Maria Rita Cerilli per avermi agevolato la visita in tutti i modi possibili e per aver atteso a lungo questo articolo!



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Silvia, una normalissima ragazza di 26 anni che cerca la propria strada nel mondo. Dottoressa in Ingegneria Civile, si dedica all'Interior Design e alla passione per l'arte e i viaggi. Gattara convinta, sognatrice visionaria... E blogger?! Da quando ho deciso che nella mia vita potevo dedicarmi anche alla scrittura non ho più potuto farne a meno. Non è un lavoro, ma una necessità. Mi trovate anche su Mangia, prega... Scrivi.

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